La Bacheca

LA TERZA LEGGE DEI LUPI

 
 

La lupa conosceva bene le regole del branco. Mai e poi mai avrebbe osato trasgredirle o metterle in discussione. Erano leggi ferree e tutti ne erano vincolati per la vita.
Tutto Nel Branco!  –  recitava la prima Legge.
Nulla Fuori Dal Branco! – la seconda.

Era stato grazie alla rigida osservanza di quelle due leggi che i lupi erano riusciti a sopravvivere meritandosi l’ammirazione e la soggezione di tutti. Solo l’inflessibile ottemperanza alle Leggi aveva consentito alla loro nobile stirpe di sottrarsi all’infausto destino che aveva sterminato tanti altri fratelli, fieri ed eroici come i lupi.
– Nessun branco sopravvive senza Leggi.
Di questa elementare verità ogni membro era consapevole. Scordarla o trascurarla avrebbe significato la fine della storia millenaria dei lupi.
– Nessun branco sopravvive infrangendo le Leggi.
Era compito del capobranco punire chiunque ne accennasse anche solo l’intenzione. Ma non per crudeltà. Per pura necessità. Per la sopravvivenza del branco.

La lupa conosceva da molto tempo le regole del branco. Le aveva apprese dagli anziani molte lune addietro, con gli altri cuccioli della sua leva. Tutti lì, acquattati tra gli arbusti rinsecchiti della foresta per sventare l’insidia dell’aquila; tutti lì, affratellati dalla fame a spiare il cielo in attesa dei cacciatori e dei loro rigurgiti; tutti lì, fieri, ad ascoltare le leggende dei loro padri: le origini, perdute nella notte dei tempi e le gesta, costellate di eroismi. Ora come allora il prestigio del branco era affidato alla coppia dominante, il maschio e la femmina più forti. Solo a loro era concesso accoppiarsi e far razza: cinque o sei cuccioli ogni primavera per averne vivo almeno uno ai primi tepori estivi. Ma poi serviva un miracolo – e a volte non bastava – a far crescer quello.

Vennero tempi difficili per i lupi. L’ambiente si fece ostile, le prede rare, i pasti magri. Quando anche l’acqua cominciò a scarseggiare le poche putride pozze rimaste divennero occasione di scontri mortali tra gli stessi membri del branco. Eppure, nonostante quelle quotidiane lotte fratricide, di fronte alla Legge o ad una preda robusta, i branchi ritrovavano concordia e compattezza. Sapevano bene che solo restando uniti sarebbero riusciti a sopravvivere.

Vennero tempi spietati per i lupi. La carestia si accanì sulle femmine e sui cuccioli, più deboli e malnutriti. La convivenza si fece precaria e la mancanza di prede aggiunse fame a disperazione e disperazione a fame. Lentamente ed inesorabilmente i branchi si trovarono in spietata e frontale concorrenza. La difesa dei territori di caccia e la penuria di femmine scatenò tra i maschi una concorrenza letale: scontri sanguinosi al termine dei quali solo il vincitore si sarebbe accoppiato; e solo la sua stirpe tramandata. Per i vinti nessuna pietà: scacciati aldilà delle Grandi Montagne, da dove nessuno aveva mai fatto ritorno.
Ma non era per crudeltà che venivano banditi. Era per la sopravvivenza del branco.

Sopravvissero solo le coppie più unite e solidali. I branchi, sparuti e malmessi, ormai si riunivano raramente e solo per cacciare le prede più grosse, le ultime rimaste. Dopo un’intera giornata di caccia, nella quale esibivano il loro incomparabile spirito cooperativo, al momento della divisione del cibo ogni coppia doveva lottare tenacemente per accaparrarsi la propria parte. Da soli non c’era alcuna possibilità di cavarsela; i lupi lo sapevano così bene da aver trasformato i loro legami famigliari in veri e propri patti di sangue: luna dopo luna, stagione dopo stagione, anno dopo anno, il destino dell’uno si saldò sempre più strettamente a quello del proprio compagno.

Tutto questo la lupa lo sapeva bene.
Chissà quante volte era accaduto che per generosità, o per amore, o forse soltanto per distrazione, si fosse lasciata sottrarre il cibo dal suo compagno. Seppur angustiata e delusa non l’aveva mai ritenuto un sopruso effettivo. Men che meno irreparabile.
– Evidentemente ha più fame di me… – s’era accontentata di pensare.
– E poi un lupo è un lupo! – s’era detta e ridetta, convinta d’esser nel giusto.
Di indulgenza la lupa ne aveva da vendere. Per non dire delle sue inesauribili capacità d’adattamento: tante e tali da andarne fiera.
– Se nel branco c’è una giustizia, e nel branco c’è… –  si rincuorava. – …prima o poi verrà anche il mio turno!
– Tutto Nel Branco, Nulla Fuori dal Branco!
Era quella la Legge e la lupa avrebbe continuato a rispettarla.

***

Passarono le stagioni, ad inverni gelidi seguirono estati aride. Per il branco le condizioni di vita volsero al peggio. Per la  lupa sempre meno secondo giustizia: i soprusi si fecero frequenti, le prepotenze consuete, le brutte sorprese quotidiane. Il lupo non le restituiva mai nulla e pretendeva ogni volta di più, senza ragioni né spiegazioni: per pura arroganza. Nel cuore della lupa inquietudini e sospetti si fecero sempre più consistenti. Ma c’era la Legge e la Legge doveva essere rispettata senza eccezioni: questo le avevano insegnato gli anziani e questo avrebbe continuato a fare. Non le rimase che radunare le energie residue e resistere.
Resistette a lungo. Innumerevoli altre lune solcarono il cielo e interminabili inverni sferzarono il branco. Quando le sue notti si dilatarono a dismisura la lupa comprese d’essere prossima alla fine. Non avrebbe potuto resistere ancora a lungo rosicchiando carcasse già spolpate dagli avvoltoi. Sopraffatta dallo sconforto prese a lamentarsi; gradualmente le sue rimostranze si fecero più decise e perentorie, ma non meno vane. Capaci solo di suscitare le brutali rappresaglie del suo compagno.
E l’avvilimento divenne frustrazione. E la frustrazione si fece rancore.

Come opporsi all’egoismo del lupo, alla sua indifferenza? Come guadagnarsi il suo rispetto?
– Devo lottare, non c’è altro mezzo! – si convinse la lupa.
Ma per lottare serviva il coraggio e lei temeva di non averne abbastanza. Decise di fare appello al suo spirito di adattamento: con un’ingenuità prossima all’acquiescenza – se non proprio all’autolesionismo – assecondò il suo compagno in tutto e per tutto, nella speranza di sollecitarne se non la riconoscenza, quantomeno la pietà. Ma non cambiò nulla, anzi il lupo si fece ancor più arrogante.
E il rancore si fece rabbia. E la rabbia divenne odio feroce.
Il lupo non se ne accorse neppure.
– Accontentati degli avanzi o non avrai più neanche quelli! – le intimò brutalmente.
La lupa, smagrita e mortificata, non trovò la forza di reagire: che ne sapeva lei di quell’ignobile spirito di vendetta? Nessun anziano ne aveva mai fatto cenno. Nel suo cuore odio e disperazione si fomentarono a vicenda.

***

La notte che la lupa abbandonò il branco, la luna giocava a eclissarsi tra sciami di nuvole nere e veloci. Puntò il muso ad oriente e attraversò la pianura, passo dopo passo, fin sul limitare del giorno. Poi, abbagliata dai primo tiepidi avvisi d’Aurora, sollevò il muso e si guardò attorno, stupita d’essere ancor viva; fiutò l’aria, fissò l’orizzonte lontano e ripartì, inseguita da una nuvola di polvere. Ma dopo pochi passi si sentì mancare e cadde. Si sollevò sveltamente, ma subito dopo ricadde. Decise di rialzarsi, ma il sonno ebbe il sopravvento.
Non dormì a lungo. E quando riaprì gli occhi credette di star meglio. Si guardò attorno: la pianura si stendeva identica a se stessa in ogni dove. All’improvviso i suoi occhi colsero un movimento lontano: scombinata dai barbagli dell’alba, una sagoma grigia si stagliava ad oriente. La lupa sbatté le palpebre ripetutamente, per dar sollievo alle sue pupille inaridite, poi fissò di nuovo la bassa estremità del cielo: l’ombra era ancora là e ora l’aria mescolava alle fragranze ordinarie l’acre odore di lupo maschio e di sangue fresco di preda. Era un possente maschio adulto.
Troppo affamata per esser prudente, la lupa non esitò, si rimise in marcia. E quando l’odore si fece più intenso e famigliare, un ricordo lontano e creduto smarrito affiorò dalla sua mente: quel lupo proveniva dal suo stesso branco, dalla sua stirpe. Erano stati cuccioli assieme, e compagni di lotta e di giochi.
– Sì, ora rammento, è il lupo che infranse la Legge, il ribelle che fu esiliato aldilà delle Grandi Montagne. Ma parecchie lune addietro…
(Già, quante lune erano passate? E quante avevano vigilato sulle sue notti insonni?)
– Allora qualcuno ritorna! – pensò la lupa. E ringraziò il cielo di quella eccezione. Poi però ci ripensò.
– Se ha violato le Leggi del branco vuol dire che è malvagio. Mi ucciderà. Finirò sbranata. E se non saranno le sue zanne acuminate a finirmi, di sicuro ci penserà la fame – rifletté.
– Se è questo che ha deciso il destino, non mi resta che rassegnarmi…  – concluse sconsolatamente.
Fu allora che s’accorse che nel suo cuore non c’era più traccia dell’antica rassegnazione. C’era rabbia, invece. E coraggio. E indignazione. E un irriducibile spirito di rivolta.
– Combatterò con tutte le mie forze! –  promise a se stessa, sicura d’esser nel giusto. Perché era di questi eroismi che narravano le leggende dei lupi.

Riprese a camminare; senza esitazione avanzò verso l’imponente sagoma grigia che, immobile, sembrava aspettarla. Giunta a pochi passi dal lupo, la lupa sollevò il muso e lo guardò. Per un interminabile attimo il lupo la fissò. E fu come se una gelida lama di luce si conficcasse tra le strette fessure dei suoi occhi atterriti. Subito dopo sfoderò dalle fauci le sue zanne taglienti. La lupa conosceva bene quei riti: si distese sulla schiena e offrì al maschio il suo ventre indifeso: devozione e soggezione, come imponeva la natura dei lupi.

***

Un boccone per uno finirono il pasto, lanciandosi occhiate mansuete, come se l’avessero fatto da sempre. Poi si leccarono i musi e un piacere ignoto e primitivo pervase i loro cuori. Si distesero su quella pianura senza confini e senza padroni e attesero il tramonto, la parte più dolce del giorno.
- Tutto Nel Branco, Nulla Fuori dal Branco! – diceva la Legge, e loro l’avevano infranta. Non ci sarebbe stata né tregua, né perdono per loro. Né ora né mai.

E scese taciturna la notte.
E ululati struggenti solcarono il cielo.
E la generosa luna si alzò e illuminò un’esile lingua di pianura, da lì all’orizzonte.
Era tempo di andare.
Era tempo di provare a vivere.

Federico Cristiani